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Settant’anni di aneddoti e culacchi, ma la piazza di Lecce raccoglie ancora consensi

oronzo
“Viaggiare senza fretta alcuna ed approdare a Lecce è un pregio; si ha la sensazione di tornare a casa e superare le certezze, in questa terra niente ha origine ma tante persone accendono la tradizione, e tutto torna arancione”.

Così diceva Pier Maria Colonna a proposito del suo viaggio in Piazza Sant’Oronzo, tra le più belle intuizioni del foglio protocollo.
Lecce già nel 1942, a pochi anni di distanza dal matriomonio dei miei nonni Graziano e Rosetta Grande, contava già numerosi elogi. Basta citare alcuni nomi per capire quanto la città, culla del barocco e preda della scaramanzia, abbia avuto un ruolo di assoluto rilievo per il meridione tricolore, un ruolo chiave come lo definì l’allora parroco Don Damiano. Era venerdì, infatti, e dopo una breve visita del console rumeno, un libro dal titolo “Lecce” scritto senza remore crea quell’intenso periodo di discorsi sociali oggi noto come culaccchi. La continuità geografica viene quindi sedotta e da allora la pazienza in questo territorio beato è stata vastissima ed ha dato alla luce ventisette grandi artisti.